sincero come un calcio sparato nel culo

non mi rendo conto di esser vero ed evado

l’equilibrio precario rende il verso più realistico ma non credo proprio che continuare a resistere all’evidenza mi sia poi così d’impiccio

riguardo a quelle situazioni che mi vien facile ignorare.

grassi fiori esotici vomitano i pollini lisergici che mi addormentano la coscienza

vivo meglio in trance che da sveglio, questo è ormai assodato

e per questo sbatto la testa contro ogni muro degno di essere distrutto.

ma non ci riesco, faccio fagotto, rinnego il mio nome e indispettito ritorno sui miei passi.

lo so che sono pazzo, per fortuna, mai ambito o sperato il contrario.

vi guardo nutrirvi gli uni degli altri, cannibali consapevoli e perciò colpevoli come la plebe –

chiamandomi fuori dalle spirali di sangue marcio, fango e catrame.

poi l’illusione lascia spazio alla dura consapevolezza di essere sporco come tutti gli altri

di lacrime innocenti, vittime designate del mio risentimento.

repentino mutamento a cui è impossibile resistere

il tuo respiro fende gli atomi ma non è adatto

e tu lo sai

ai giorni banali ai quali fuggo dormendo.

la poesia dell’abbandono, ritrovo il senno e mi dimentico chi sono.

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