Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 6 – LA SELVA OSCURA, IL LUPO E I DADI

 Tosto che lasciarono il deserto di vanadio, i sette misero piede in quella che aveva tutta l’aria di essere una selva oscura, per fortuna, umida, beatificante, soppressa.

Attraversavano in un silenzio che durò quasi cinque minuti, un campo solcato dai pochi raggi di un sole viola, che riusciva a farsi strada attraverso l’intricato intrico delle foglie, come rosoni, alberi come cattedrali a testimonianza della sacralità del posto.

A Truzzolo, nano ribelle, venne in mente di fare una pausa, un’altra, che davvero ci aveva chiappe e piedi stanchi, il giovin-vecchiardo.

Aveva circa 157 anni.

Da giovane era solito andare in discoteca con le amiche degli amici, entrare di soppiatto elargendo mance da due euro ai buttafuori e tracannare birra da non meno di quindici gradi a sorsiglia.

Una volta, il Truzzolo, salì sulle casse per ballare ancora meglio dinanzi a tutto il regno complicato delle masse lì danzanti e gli caddero i pantaloni, così, d’avanti a tutti, che non avea bene stretta la cintura e i pantaloni erano un po’ larghi hip-hop alla maniera delle bestie.

Ci fu un momento di sgomento, poi una femmina azzardò una risatina ma Truzzolo impervio continuò a ballare e dopo un rutto s’insinuò tra la folla per andare ad azzannar le labbra della bella ragazzina che aveva osato ridere, lei coi suoi capelli viola.

Si beccò dopo un cazzotto dal ragazzo di cotale fimmena, ma a lui piacque lo stesso, ne era valsa la pena, almeno credo, almeno disse, 35 anni dopo, a un suo nipote, tale Gargiulo da Rodi.

Quello stesso giorno Truzzolo ingurgitò per via nasale almeno altri quattro grammi di ketamina purissima proveniente dalle fabbriche delle indiche indiane, poste ad est della tua posizione attuale.

 O ad ovest se tu un giorno ti venisse in mente di abitartene in Cina, o Giappone. O ancora nelle Americhe.

Ed era ancora vivo, lì, pronto a testimoniarlo a chiunque e anzi ansioso di raccontare tali amenità al suo prossimo.

Truzzolo aveva la barba rossiccia raggomitolata in tre trecce che gli si dipanavano dal mento, racchiuse da un fiocchetto rosso di velluto stagno.

Invece dell’elmo avea una pentola di argento a coprirgli il capo.

La sua arma prediletta era la paletta da cucina di sua nonna, Pia, nana barbuta fino alle natiche.

Lo strumento era di ottone, pesante circa quindici chilogrammi, ed era servito alla donna per menare culi di nipoti e rovistar patate al forno, alternativamente, quasi  con concussione.

Morta la nonna, Truzzolo aveva ereditato la paletta insieme a una lettera, che recitava pressappoco così

“Caro Truzzolo, che la paletta non ti sia d’intralcio a rovistar nei rovi in cerca di cicogne, e patate”

-Capite quindi?  Il senso logico del nesso? 

-Si Truzzolo, esordì Cucciolo- innocente

-Adesso ci possiamo stendere un poco su quest’erbetta si morbida e soave, vellutata dai muschi verdeviolacei che ci faranno da cuscino.

-Stendetevi disse Dotto, uno di fianco all’altro, formando quasi una scala che da questo punto punti quasi a Meriggio, ok, così:

Rabarbara per prima si distese, accompagnata dal Principe alle sue spalle, per poi a seguire in un abbraccio con Cucciolo, Dotto, Brontolo, che abbracciava Bistrattalo e per finire Truzzolo, separato dal resto del gruppo, fronteggiante Bistrattalo.

Quasi che era l’or di dormire quando a un tratto si udì un ululare sommesso, quasi vicino, di un lupo incallito nel fare della notte.

Anche se in effetti, erano tipo le sette del mattino.

-Che é successo dunque? 

-M’è parso di sentir un ululato provenire da proprio dietro le mie natiche, disse Truzzolo, incombente

-Rabarbara, tutto a posto? – fece il Principe

-Non saprei, mi è parso di sentirmi sdrusciare da un qualcosa di peloso e nero, quasi e che sulle chiappe, per dir si voglia, ma forse…

Una figura nera e pelosa, antropomorfa, sbucò da dietro un par di alberi messi a  gruppo lì per caso;

imponente troneggiava sul gruppo ancora disteso, era alto quasi due metri, larghe le spalle quanto pelose, pure le ascelle, ricoperte appunto da questa pelliccia nera e stopposa, ruvida, quasi metallica.

-Et voilà sono il Lupo, abbastanza oscuro, mandato qui dall’Oscura Presenza per permettervi il lusso di partecipare a un gioco, un gioco bellissimo, manco li-cani, un gioco che si svolgerà per la precisione nel campo quantistico dei DADI.

-Dadi? Lo interruppe Bistrattalo- sono io che vi dovevo dire qualcosa a riguardo alle fantasie dei nani riguardo ai dadi!

In effetti eccoli qui, sette duplici dadi pronti a schiarirvi le idee sul calcolo infinitesimale che immantinente, andremo a intraprendere.

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 5 – IL DESERTO DI VANADIO

Fu così che il Principe, insieme al sestetto, decise che era arrivato il momento di sortire, ancora una volta, slanciati verso il fungo osceno  e incapsulato dentro a un sogno che mai, nessuno mai avrebbe comunque osato oltremodo di stare ancora a sperare.

Presero la briga di partire all’alba, dopo essersi rifocillati a dovere con una scorta di merendine minori non automatiche trovate lì per la strada, tipo un mongo-gioiello blu al sapore di cobalto, o una banana split-tata ingerente novantanove fantasie all’ape maranja.

Soddisfatti da cotanto scempio dionisiaco e silvano, imprudenti posero il piede sopra a una striscia del deserto di Vanadio.

Il quarzo rosa o forse rosso, blu nel colore della notte ma anche verde, se distratte le pupille stanno ancora lì a guardare

comunque: Vanadio

e si fece la notte, mentre i sette copulavano soavi col terreno sulle scarpe, camminando sempre ad EST, sopra e a destra sempre ad EST, quarzi di brividi rosa brillavano assuefanti sopra l’iride nascosta della principessa Rabarbara, che, puntuta, divenne innanzi al gruppo e disse:

-Ora è il momento che ci facciamo un bel Pic-Nic!

-Ma come, fece Brontolo, proprio qui in mezzo allu desierto, di notte, e per di più c’a panza china di dopo d’aver affruntato le merende qui urticanti?

-Esatto, improvvisò la lady, Rabarbara di nome, e di fatto.

Dallo zaino che nascosto avea sotto l’ampia gonna tirò fuori un incastro d’incantesimo ambaradambesco , con tutta una serie di tovaglie, panini, sandwich e fazzoletti. BianKi, proprio candidi come la Neve.

Si distesero quindi i nani, affamati di panini, e il Principe seguì loro, con per ultima Rabarbara che aveva deciso di fare gli onori di casa

nel deserto di vanadio

luna mezza scolla un sorriso stasera

diciamo verde acido

con il cielo blu cobalto

e tutti lì a guardare le stelle, diciassette sorelle, incastonate in chiavi di lettura più che impossibili da decifrare

e andiamo quando a un tratto, tutt’a un punto sopra un nero masso vero appare un gatto nero e vero che, posta la sua coda a spirale intonso proprio a dritto tipo punto interrogativo chiede e fa, a Rabarbara, 

-Ma Perché?

I nani giurarono di avere sentito quel gatto parlare, all’una di notte, tralasciando la luna e la botte di vino sponsorizzata dallo zio Vitino, di nano suo cugino

-Solamente, perché?

E Rarbarbara, e il vanadio, e Battisti, e gli Stadio

tutto assunse un’atmosfera quantica, quasi più sibillina che quantica, una musica stanca

per poi ritrovarsi a pelo a pelo sopra il gatto nero e accarezzarlo davvero

sussurargli all’orecchio “mi piaci”  e lasciamoci andare in questa danza notturna, davanti al principe e ai nani, con una mano all’orecchio e l’altra alla radio, che semplifica il suono di una canzone degli Stadio nel deserto di Vanadio.

(MAH… fece la selva oscura, che si parava poco più innanzi a circa trenta gradi centigradi ad est dal punto in cui si trovavano)

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 4 – LA STEPPA DELLE MERENDINE URTICANTI

Fatto si che loro erano giunti nella campagna, questa steppa maestosa e violacea gli si presentò innanzi agli occhi un po’ stanchi degli assoluti viandanti ormai sette suppongo e via via discorrendo, quasi come tenendosi per mano, il gruppo quindi, devolvendosi a raggera, cominciò ad esplorare placido queste terre erbose ma non troppo, di edera e licheni sussurranti nelle trame di un’io scomposto altrimenti che altrove.

Un sole verdognolo illuminava il tutto, un sole che un tempo era stato beffardo ma ora era ormai cauto, riguardoso, sottile.

Fu Rabarbara a percepirne per prima l’essenza, la sofficità e la scioglievolezza, della prima merendina.

Come un batuffolo di neve o di zucchero filato, essa rotolava come un cespuglio rotolante dell’Arizona, ma questa volta molto più ad est, sulle lande placide della vallata

scoscesa giusto a tratti – da qualche roccia d’onice puntuta e raffinata, tagliente, dipinta di nero.

Ed ecco il primo “WOW” “MA CHE È”, -guarda lì!

Eccone un’altra – ed era proprio la merenda più brioche ed arzigogolo-paffuta che ti potessi immaginare, 

ricoperta di uno strano strato di zuccheri a scaglie meringate ed ostrogote, succulente agli occhi e alla radice stessa delle papille gustative che avevano la loro origine nel Male.

Non passarono neanche quindici secondi che l’intera combriccola dei sette si ritrovò circondata da un uragano  di merende provenienti da ogni dove, come, credo e paese.

C’era la merendina all’Albicocca proveniente dal Giappone, o la fantomatica slurposa al salice piangente che deriva dalle Fiandre di tua zia Ecubalda.

Il moretto intero, tonto e intonso in cioccolato nero e perché no, suadente.

Poi la rotonda scuffia incicciata delle meraviglie gravitazionali, ricoperta da una melassa rosa al sentore di ibiscus.

e infine Lei, sua Maestà la Regina delle Merendine, la Girella Motta, gigantesca, opinionabile, soave.

Soffice come un virgulto ma granitica come un tumulo, s’impiantò d’un tratto d’avanti al pubblico dei sette e lì si fermò, vibrante – sospesa a mezz’aria.

a Bistrattalo scappò un “porca puttana” e quasi ci si stava avvicendando per prevaricarsi un morso pieno di quella abnorme merendina, quando a un tratto si udì un sibilo e la merenda, parlò

-Sono sette eoni e/o otto scene, che, noi, merendine urticanti della steppa violacea testimoniamo l’esistenza dell’Essere.

-È un pensiero si che profondo – disse Rabarbara, ma mi pare di non aver capito,- non del tutto, almeno 

-Non ti preoccupare,- sentenziò la succulenta animosità, – ma piuttosto, hai mai veramente guardato ancora dentro a te stessa?-

WING si udì il vento sottile farsi tagliente nella vallata, come a sottolineare l’atroce punto di domanda posta dalla merenda alla ragazza

ed ella ancora una volta chiuse gli occhi, ma stavolta ascese, in trance pseudo-apocalittica, anch’ella sospesa a mezzaria come la Girella che l’avea interrogata.

Ed erano lì, sospese entrambe nell’aria mentre una musica dolce e profana, madida ma confusa, quasi sussurrava a provenire dalla terra, ombrosa, portatrice di scarogne, maledetta.

Si guardarono d’un tratto e all’improvviso si vide una luce, bianca, luminosa fra le due –

come una scintilla distillata al centro dei loro stessi sguardi, pura, benedetta, immacolata.

Che svanirono in un botto tutt’e due e si ritrovarono al tappeto, sopra al suolo della steppa erbosa, guardandosi ancora e chiedendosi a vicenda: -che è successo?- , -Chi siamo? Io sono RabarbaraBianKaNeve e tu la Merenda Girella Motta o è viceversa?

-Io siamo?

-Noi È?

e da lì subito sparuto sparì l’incanto

diciassette stelle a firmare il ciak della scena.

Truzzolo prende l’iniziativa e rilancia: “Ehi gomma ossidrica (riferito alla merendina)”, ma quindi cos’è che ti stava per passare manco un poco nella mente, poco orsono?

-Non lo so, disse la Girella (che nel frattempo aveva ricominciato a levitare), – ma so per certo che adesso è arrivato il tempo che andiate, via, via da queste lande, urticanti come la plebe, urticanti sopra il pube, perchè noi, MERENDE, abbiamo deliberato, la più completa assoluzione per la qui presente Rabarbara immanente ma non per il suo ragazzo, elzeviro Principe di sua Maestà Principe di Carbonia.

-AH! Lo sapevo! Fece il princeps, questa volta che toccava proprio a me, la vicenda

e in effetti…

Uno strano bulbo oculare era nato lì per caso, urticante, nel buco del culo del principe.

Standard
Racconti

BianKaNevE//RABARBARA – CAPITOLO 3 – LE PALUDI DEL LOTO NERO, paragrafo 2

Ed era proprio l’oscura presenza in effetti, giacente lì, in essenza, paffuta e sincronica, opulenta e maestosa

ad esibirsi in guisa di un fiore dai petali neri e violacei, oscuri come la pece.

Dolce catrame nettare di un viandante disperso nel tempo che manca.

Ineffabile era il suo profumo, dolce come il ricordo di dimenticanza.

Cioccolatoso a tratti, oppiaceo per altri, esso emanava aure e pollini carichi di ludibrio per le narici più raffinate.

La candida BianKa, bianca come la neve, si ritrovò d’un tratto a zompettare soave verso il fiore pomposo, come in preda ad una isterica necessità

ad occhi semi chiusi e con le dita che pizzicavano l’aria che la separava dagli agognati petali, ella si ritrovò d’un tratto faccia a faccia con il bulbo stesso della morte, rosso viola fiore di  sventura e malaugurata anima di malvagità.

-Ecco, solo ora io vedo! e svenne, 

caduta sul pattern morbido ma subito raccolta dalle braccia dell’amante, suo principe.

I nani si disposero in cerchio attorno a BianKaNeve e decisero, con gran subbuglio demistificato, di chiarmarla, da quel giorno, Rabarbara.

-Un nuovo nome è stato concesso di grazia – quest’oggi- alla nostra Signora, Rabarbara, che tu possa gioire immarciscente da qualunque altro momento al di fuori di questo e adesso e per sempre io T’Amo.

Rabarbara, Nostra Signora delle Foglie

-O eran voglie? chiese Cucciolo

-O Noie, o soglie- redarguì il principe, ma non importa.

-Che Rabarbara adesso sia affidata  alla strane cure di Dotto, il più acuto tra i nani, primo fra i cinque, secondo dai sette.

E così Dotto prese e uscì dalla saccoccia uno strano borsello ripieno di ogni sorta di materiale bio-meccanico e luminescente, bluetto, strani marchingegni avveniristici e chirurgici al contempo.

Da lì prese il micro-forcipe, che installato nelle nari della povera ragazza, si ritrovò a far fuoriuscire dal seno nasale uno strano liquido bluastro e mucoso, lucido e viscoso.

SPLOT fece il liquido cadendo fuori giù dal naso dell’avventata avventuriera nasale di poc’anzi. 

-Ch’é m’è successo?- Disse a un tratto Rabarbara, sbiancata tutt’a un tratto e ripresasi quasi per sbaglio

-Sei stata avvicinata dall’oscura presenza del Signore del Male, oh mia cara, è stato solo quasi e come per miracolo che tu sia sopravvissuta, salvata dalla mia scienza ottagonale e centenaria, Dotto si di professione, acuto e rigido come un

-STOP! disse il Principe, – non credo di voler ascoltare altrimenti, adesso è l’ora e il luogo di andare, che la strada e la vicenda è ancora lunga da compiersi, non dite? Non trovate?

Che ne pensate?

-Ma si, disse Cucciolo, because why not, in fondo è facile, e già oltre quella siepe, io vedo una valle, e nella valle c’è una steppa, che non tarderà a trasformarsi in brughiera, se non ci affrettiamo, quindi su, nani e principi, e tu Rabarbara, fa scanso ai nani e andiamo, orsù, laggiù in campagna.

Standard
Racconti

BianKaNevE – CAPITOLO 2 – LE PALUDI DEL LOTO NERO

-Haryukan Meriggio? Hauharan, Shitan!
disse Giancoraggio, e si separò dai sette, dismettendosi.
Il gruppo rimase perplesso da quanto era appena accaduto, e Dotto, il primo dei nani (che fin qui c’eravamo arrivati) propose a tutti di farsi un cannone.
-No, disse Truzzolo, quasi quasi mi è venuto in mente di presentarvi questo absurdolo liquore che ieri pomeriggio, mio cognato proveniente dalla Spezia, mi ha appena portato:
-Di che sa? 
lo interrogò BianKaNeve
-Di niente, probabilmente, ma è più probabile che sappia anche di troppo, per l’appunto.Con un  sentore di rose caramellate.-
Al proto-vedico suono di queste parole, BianKaNeve era già stata sedotta da un pezzo e annusando l’aere rubiconda e bianca si dirise  naso e chiappe verso l’occhio famelico della fantomatica bottiglia.
-Chi ha detto che lo dovevi bere tu? Soprattutto Tu per Prima? – la redarguì il Truzzolo, acrobatico a suo modo, nano caramellato da un pezzo.
-Lo decido IO!- fece il principe, con fare manesco, -Solo IO sono in grado di comprendere quanto e quale questo liquore ci potrà ringalluzzire, oltremodo, a Novembre,
-E invece no, lo interruppe BianKaNeve, lanciandosi con simpatia venosa alla faccia del nano, afferrando il magico intruglio, biankastro ed ambra il sapore.
E ingurgitò.E bevve.E consumò.Tutto.
Non ne lasciò neanche una goccia pei i suoi amici o nemici o cugini di essi.Non ne lasciò nulla per nessuno, perché così era scritto ed adesso ed Amen.
Tutti rimasero in silenzio.
-Ma che kattzzo , BianKaNeve, come hai osato, come hai potuto, come hai anche solamente potuto anche voler solo immaginare di avere berlo tutto?
un piccolo rutto
esordì dalle labbra innocenti di BianKa, rutto sommesso quasi ascoso ma sì dolce, effervescente e più che spontaneo.
-Ho capito! Solo ora, rimembrosa, mi sono ricordata di dover andare avanti, niente più affabulamenti, litigi o teste di caTTzo qualsiasi.D’accordo? 
-SI
dunque procediamo di un’altra quindicina di metri verso sinistra  e ci ritroviamo in faccia a un cespuglio.Verde e viola.Miracoloso.Fresco.Imbelle.
-Cosa ci sarà oltre QUEL cespuglio? – chiese Bistrattalo, quarto dei nani
-Non lo so ma stando all’odore, direi che sicuramente ci dovrebbe essere qualcosa di buono…-gli rispose Cucciolo
-Mh – disse Dotto, non credo proprio ma comunque state attenti, e comunque qualcuno dovrà pure fare da ariete, qualcheduno dovrà pur uscir la faccia oltre la siepe, per guardare, altrimenti oltre…
-Principe?!urlò BianKaNeve
-Si? Nevvero? disse il principe
-Tocca a te.
-E OK, fece lui, districhiamoci tra le foglie di questo giardimmmhh..
-mmh cosa?Gli chiese BianKaneve 
-Sentoooh,
-Cosa?
-Sentoodor di
-Di cosa?
-Sento Odor di Dardanelli – disse il principe, prendendo la sua sposa per mano e tirandola aldilà della siepe
i nani forcuti, potevano accompagnare solo e lo fecero, danzando e zompettando e tutti e sette si ritrovarono all’improvviso catapultati nelle violacee paludi del loto nero.
Ad accoglierli fu un campo quadrato, con i quattro angoli smussati, recintato da tutti i lati da queste siepi verdi con risvolti cromatici violacei, e nel centro, una palude, con in mezzo, un loto nero.
Il loto nero inspirava indecente soffiosi ricordi di pomeriggi altrui, protocollati, altolocati, nevrastenici ed indecenti.Deliziosi e sulfurei, abbandonavano la mente per viaggiare a fitto dentro al di dentro del corpo.
Tutti erano fermi, sulle soglie della palude, fissi immarciscenti lì a guardarefitti
fissiConcentrati su quell’unico fiore ondeggiante, violaceo e nero, dalle damaschie urticanti, dorate, quasi per sbaglio volute, desiderate.
-No KattZZO!  fece Brontolo – Lo sapevo
-Cosa? lo interrogò BianKaneve
-È lui, quel fiore è LUI!
-Lui chi?- gli chiese il Truzzolo-Lui! Lui! Nient’altri che Lui! Il mago nero, l’oscura presenza!

Standard
Racconti

BianKa Neve – CAPITOLO 1

 Compongo strani suoni usando le mani come strumenti

BIANKA Neve

bianca Neve era una tipa astratta, le piaceva divulgare meraviglie purulente sopra le case degli altri  e non si curava affatto delle conseguenze che tutto ciò avrebbe potuto avere.

Ella si beava infatti di una strana scimmia di nome Nessuno, tristemente complicata quanto ragguardevole riguardo ai modi e ai fatti.

Comunque, un giorno di media portata BianKa Neve decise che era arrivata l’ora di raccogliere dei funghi dalla foresta di smeraldo e onice, profumata di fragranze sempre nuove quasi quanto quelle mutandine di quella tua zia adorabile quanto profumata in eccesso.

Non volle andar da sola, però, e così riuscì a complicarsi la vita invitando a sé cinque nani e un Principe.

Gli altri due (nani) erano già in vacanza negli spudorati pressi di Vigevano.

A far free climbing sopra ai cessi, dicevano.

Nel frattempo un’oscura forza mascherata decideva le sorti della conquista più austroungarica che tu abbia mai conosciuto in vita altrui.

La forza oscura puzzava di vecchio.

I funghi, dal canto loro, violacei come il mio desktop, brillavano, astratti, sopra ai confini di un sottobosco ascoso, severo ma morbido, verde luccicante, di strani muschi e suoni pacati, brillanti, unici.

Ma era arrivato il tempo di partire

nano number one pizzica il culo a nano number five e dice a tutti che è arrivato il momento di seguirlo, oltre la porta, il regno dei Cristalli aridi e avidi e madidi come la pece (ma più bianKi) li stava aspettando. 

-ok ragazzi, arrivo io 

disse il principe, sorvolando grazie al mantello l’intera scena, un po’ nascosto dalle ombre, mezzo ancora dalla nebbia

-arrivo io e vi dico: DOCET

QUARTO NANO DOCET

-ma in che senso?

fa Bianca Neve e tutti:

-BOOOH.

Ho capito, fece il terzo nano, ho deciso che da oggi qualsiasi voglia cosa vi venga in mente, io la dovrò – neutralizzare!

-e perché?

chiese Cucciolo, forse il quinto, forse il terzo, dei nani

-Perché l’altro ieri ho sognato un cugino vandalo di Adolf Hitler, che mi diceva: apri gli Occhi, il tempo è VENUTO affinché io possa destinarmi al domani

-Capisco, fece il quarto nano, ma adesso è proprio ora di andare

-In effetti, vai partiamo – fece il principe

Aperto il cancello, una distesa candida di meraviglie caramellate si palesò agli occhi del gruppo, bianche come lo zucchero, dolcificanbrillanti, quasi adipose.

Erano piante o animali, graziose nel gusto e soporifere nell’umore, sempre madide di speranze ancora a venire. Un mondo giovane, carico di meraviglie un po’ cangianti.

Ma posto il secondo passo a BianKa neve scoppiò un brufolo e subito dopo udì un rumore, un ululato quasi, proveniente dalle gerarchie tonanti del mezzogiorno.

Ella udì il suono del primo attore osceno e confabulante inviato dalla oscura forza per impedire la raccolta, dei funghi saKri, che la dama e i nostri assolutamente volevano.

-Non aver timore, BianKa neve, disse un nano, il terzo se non erro – ho qui un rimedio protozoico inventato da mio nipote Achille, proveniente dalle spazientite lande dell’ovest a sud della Marchilonia, rimedio bianco, soffice e soave, basta un sorso, solo uno, e tu ed io e NOI, diventeremo un tutt’uno con la macchia.

-Sei d’accordo?- Chiese il principe

ed ella, neve BianKa annuì, bevendo.

Non appena il liquido fu ingurgitato, un fragore sommesso sbalzò impavido dal petto pulsante della ragazza, impetuoso ma dolce, ovattato e sincero.

-Cazzo che minchia di botta!

-Hai visto, fece il nano, sornione – adesso passa la bottiglia che ce ne imbeviamo un po’ anche noi!

e bevvero, stavano a malapena a due metri dal cancello ed essi bevvero, tutti, poi soddisfatti ringhiarono e ringraziarono Allaide per il saKro gusto del suono.

O del liquido, nelle vostre menti.

Comunque, i sette, compresi Principe e BianKa Neve, meno due dei nani, tipo stavolta fecero un quindici kilometri di strada a piedi, cantando e saltellando, quasi in estasi primigenia dovuta al fatto che avevano ingurgitato il liquido saKro-magiKo  donatogli da voi sapete bene chi.

-E quindi? Fece a un tratto Truzzolo, uno dei nani

-Cioè mi avevi detto che mi dovevi dare una sigaretta e invece ti sei rollato un cannone, nottetempo, tergiviriscarabilmente suppongo, ma non ti vergogni?

disse a Cucciolo, che adesso era diventato il secondo nano.

Brontolo lo interruppe: Non essere così scontroso, Truzzolo, il ragazzo aveva solo voglia di fumare, e poi mi deve  fare fare  anche due tiri, vero?-

Ma proprio mentre Cucciolo stava per annuire e passargli la canna, o joint o spliff o blunt, che dir si voglia, no, ecco che ti appare un super-omo palestrato di nome Giancoraggio.

Con una tutina aderente gialla e viola, lucida come un pacchetto di patatine del supermercato.

Portava pure un mantello se non mi sbaglio anche, viola anch’esso, come un lillà.

In una radura affatto mistica, circondata da alberi lunghi e sottili che mi ricordavano i cipressi, ma più bianKi.

-Ciao, sono Giancoraggio, eccomi a voi in adeguata vece, che con voce tonante torno per la prima volta  dirvi che c’è un’offerta, un’offerta vantaggiosa atta a lavare a me a voi, le mani, i piedi e forse anche la faccia, con uno scellino in più anche le ascelle.

-Ma davvero? fece il terzo nano – ma davvero tu pensi che io e noi e noi e loro abbiamo forse il bisogno di lavarci le ascelle, in un giorno come questo, invernale al cristallo, freddo e sterile come la pietra?

-In realtà sono venuto qui per dirvi di stare attenti, disse Giancoraggio, attenti perchè svoltato quel finto angolo oltre la siepe nevralgica quanto cristallina, vi ritroverete in una palude, ombrosa quanto indigesta, fottutamente placida ma kaotica, portatrice di dolci sogni e morte, morte a palate.

In quella palude crescono imberbi i fiori del loto nero, provenienti alquanto dalle oscure paludi dello Stige.

-E chi li ha portati qui? 

Fece a un tratto BianKa Neve, giustamente incuriosita

-Sempre mio cugino quell’Achille, figlio di Novara, figlio di Vincenzo, disse il nano cugino di Achille.

-È uno spacciatore D.O.C. , precisò Bistrattalo, quinto dei nani.

Il principe, un po’ geloso, chiese, rivolto a Giancoraggio:- E mò che vuoi, mille lire?

-Si, ne avrei prescia e anche che bisogno, ma attenti, attenti al mio vaticinio acuto nonché cronico, attenti poiché oltre le paludi del loto nero incontrerete altri perigli, pericoli, attenzioni e necessità.

-Tipo?

-Tipo la steppa delle merendine urticanti.

Standard