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Un incubo coi contro-cazzi, quasi.

Non mi ricordo come ero arrivato lì, so solo che mi stava tenendo per mano. La bellissima zingara del luna park. Un corpo da urlo, voluttuoso, grandi seni morbidi come i fianchi, carnagione scura e scarmigliati capelli neri

– come il suo sguardo-

sottolineato da uno strabismo di venere che lo rendeva ancora più ipnotico.


Senza lasciare la mia mano aprì la porta della sua casa, la casa della sua famiglia, un edificio di legno a due piani che un giorno era stato bianco – ma che adesso lasciava intravedere copioso i segni del tempo e dell’incuria.


Dopo la porta una scalinata, mi invita a seguirla, tra le mie risate da ubriaco e gli scherzi affascinati di lei, bella, vitale.
Sui molti dei gradini erano disposti degli strani ammennicoli, gioielli, pietre preziose o di bigiotteria (non mi è dato di sapere), statuine raffiguranti animali ed esseri umani.


Saliamo facendo attenzione a non calpestarli, fino ad arrivare al primo piano, dove su un pianerottolo, una porta a sinistra si apriva sulla cucina.
Mi dice di aspettarla lì, che sarebbe tornata dopo pochi minuti.
Mentre l’aspetto, dalla cucina esce sua sorella, più giovane di lei ma altrettanto bella, molto simile a lei, anche se con forme meno giunoniche e con gli occhi che guardavano entrambi nella stessa direzione.


Poteva avere diciassette anni, la ragazzina, che, sorpresa di vedermi lì, visibilmente agitata comincia subito a dirmi che dovevo affrettarmi ad andarmene, da quella casa, che la permanenza non poteva portare nulla di buono per me.


Riconoscendo come spontaneo il suo consiglio, comincio a scendere le scale per tornare sui miei passi ma la discesa era rallentata, quando non frenata, dalle piccole statue e gioielli che avevo incontrato salendo, perché in qualche modo sapevo di non doverne rovesciare nessuno, pena una qualche maledizione tanto maligna quanto non definita.


Credo di aver sceso meno di tre scalini, quando ecco la zingara, quella che mi aveva affascinato e portatomi in casa, ricomparire sulla scalinata, scendendo dal secondo piano dell’abitazione, vestita solo di una sottoveste bianca e un po’ sgualcita. Non era sola, di fianco a lei infatti c’erano sua madre da un lato e sua nonna dall’altro.


Mi invita a raggiungerla e io, senza opporre resistenza lo faccio. Una volta ricongiuntomi a lei noto in primo luogo che anche sua nonna aveva un occhio strabico, ma poi la mia attenzione è ricatturata dalla bellezza della zingara, procace come poche, dai suoi occhi scuri, dal suo sguardo magnetico…


Fu allora che le carte furono svelate, e non so chi, perché cominciavo a sentirmi un po’ confuso, mi disse che di lì a poco mi sarei beccato tra capo e collo, una di quelle maledizioni coi fiocchi (neri), una di quelle che ti portano alla morte.

Sempre guardando la mia zingara, sentendomene sempre più innamorato, dico che non mi importa poi molto della maledizione, che per amore di lei l’avrei affrontata con coraggio, oltre al fatto che mi sembrava di essere già stato in quella casa, una volta, e che non mi spaventava troppo una maledizione che non mi aveva già ucciso una volta.


È stato allora che, tra le rauche risate, una delle tre donne, forse la madre della zingara o la zingara stessa mi ha detto: “sei ti trovi qui di nuovo, probabilmente è perché ti sei suicidato!”
Lasciato attonito da questa rivelazione, mi sembra di perdere conoscenza e poco dopo mi ritrovo ancora a tenere per mano la bella zingara, che stavolta sta aprendo la porta del terrazzo della casa, dove si stava svolgendo una festa.


Gente della sua famiglia che mangiava e beveva, rumorosamente, la zingara mi lascia ancora da solo, invitandomi a trovare posto. Solo che di posto per me, intendo proprio una sedia, in quella festa, proprio non c’era.
Perdo ancora conoscenza.


Mi risveglio su un terrazzo posto più in alto rispetto al primo, un terrazzo molto più piccolo e vuoto, deserto, con una  porta che dava su un piccolo solaio. Ci stava una cosa davvero strana sul solaio, poggiata sopra ai tubi di quella che doveva essere una specie di caldaia artigianale, c’era la figura, in pietra, di un felino di medie dimensioni, immortalata nell’atto di balzare addosso alla sua preda, gli artigli sfoderati e le zanne in bella vista.


Oltre a quello, il solaio era vuoto, né finestre né porte, a parte quella che dava sul terrazzo da dove ero venuto, nessuna via d’uscita quindi, ero praticamente in trappola.


È stato allora che ho cominciato ad accarezzare la statua del felino sotto al mento, come se si trattasse di un gatto, anche se dai gatti differiva per le dimensioni del corpo e delle orecchie, visibilmente più piccole.
L’animale di pietra era bardato da una specie di armatura di fattura simile a quelle dei cavalli da guerra, solo che adatta alla testa triangolare dei felini.


Dopo qualche carezza, o meglio grattino, l’animale da pietra che era si tramuta magicamente in un puma in  carne ed ossa, un puma nero, una pantera, bardata di verde.
Una pantera incazzata da morire con gli zingari che l’avevano pietrificata.
In qualche modo la pantera crea un’apertura dove prima non c’era, e dal solaio-prigione ci ritroviamo di nuovo nella casa degli zingari in festa.


La prima zingara che incontriamo é la madre di quella che mi aveva portato in casa, non appena vede la pantera la donna, terrorizzata mi chiede “che hai fatto, perché l’hai liberato!?” ma non fa in tempo a finire la frase che la pantera le si avventa contro, divorandole il volto e così svegliandomi e liberandomi contemporaneamente da quello che aveva tutta l’aria di stare diventando un incubo coi contro-cazzi.

 

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