Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 6 – LA SELVA OSCURA, IL LUPO E I DADI

 Tosto che lasciarono il deserto di vanadio, i sette misero piede in quella che aveva tutta l’aria di essere una selva oscura, per fortuna, umida, beatificante, soppressa.

Attraversavano in un silenzio che durò quasi cinque minuti, un campo solcato dai pochi raggi di un sole viola, che riusciva a farsi strada attraverso l’intricato intrico delle foglie, come rosoni, alberi come cattedrali a testimonianza della sacralità del posto.

A Truzzolo, nano ribelle, venne in mente di fare una pausa, un’altra, che davvero ci aveva chiappe e piedi stanchi, il giovin-vecchiardo.

Aveva circa 157 anni.

Da giovane era solito andare in discoteca con le amiche degli amici, entrare di soppiatto elargendo mance da due euro ai buttafuori e tracannare birra da non meno di quindici gradi a sorsiglia.

Una volta, il Truzzolo, salì sulle casse per ballare ancora meglio dinanzi a tutto il regno complicato delle masse lì danzanti e gli caddero i pantaloni, così, d’avanti a tutti, che non avea bene stretta la cintura e i pantaloni erano un po’ larghi hip-hop alla maniera delle bestie.

Ci fu un momento di sgomento, poi una femmina azzardò una risatina ma Truzzolo impervio continuò a ballare e dopo un rutto s’insinuò tra la folla per andare ad azzannar le labbra della bella ragazzina che aveva osato ridere, lei coi suoi capelli viola.

Si beccò dopo un cazzotto dal ragazzo di cotale fimmena, ma a lui piacque lo stesso, ne era valsa la pena, almeno credo, almeno disse, 35 anni dopo, a un suo nipote, tale Gargiulo da Rodi.

Quello stesso giorno Truzzolo ingurgitò per via nasale almeno altri quattro grammi di ketamina purissima proveniente dalle fabbriche delle indiche indiane, poste ad est della tua posizione attuale.

 O ad ovest se tu un giorno ti venisse in mente di abitartene in Cina, o Giappone. O ancora nelle Americhe.

Ed era ancora vivo, lì, pronto a testimoniarlo a chiunque e anzi ansioso di raccontare tali amenità al suo prossimo.

Truzzolo aveva la barba rossiccia raggomitolata in tre trecce che gli si dipanavano dal mento, racchiuse da un fiocchetto rosso di velluto stagno.

Invece dell’elmo avea una pentola di argento a coprirgli il capo.

La sua arma prediletta era la paletta da cucina di sua nonna, Pia, nana barbuta fino alle natiche.

Lo strumento era di ottone, pesante circa quindici chilogrammi, ed era servito alla donna per menare culi di nipoti e rovistar patate al forno, alternativamente, quasi  con concussione.

Morta la nonna, Truzzolo aveva ereditato la paletta insieme a una lettera, che recitava pressappoco così

“Caro Truzzolo, che la paletta non ti sia d’intralcio a rovistar nei rovi in cerca di cicogne, e patate”

-Capite quindi?  Il senso logico del nesso? 

-Si Truzzolo, esordì Cucciolo- innocente

-Adesso ci possiamo stendere un poco su quest’erbetta si morbida e soave, vellutata dai muschi verdeviolacei che ci faranno da cuscino.

-Stendetevi disse Dotto, uno di fianco all’altro, formando quasi una scala che da questo punto punti quasi a Meriggio, ok, così:

Rabarbara per prima si distese, accompagnata dal Principe alle sue spalle, per poi a seguire in un abbraccio con Cucciolo, Dotto, Brontolo, che abbracciava Bistrattalo e per finire Truzzolo, separato dal resto del gruppo, fronteggiante Bistrattalo.

Quasi che era l’or di dormire quando a un tratto si udì un ululare sommesso, quasi vicino, di un lupo incallito nel fare della notte.

Anche se in effetti, erano tipo le sette del mattino.

-Che é successo dunque? 

-M’è parso di sentir un ululato provenire da proprio dietro le mie natiche, disse Truzzolo, incombente

-Rabarbara, tutto a posto? – fece il Principe

-Non saprei, mi è parso di sentirmi sdrusciare da un qualcosa di peloso e nero, quasi e che sulle chiappe, per dir si voglia, ma forse…

Una figura nera e pelosa, antropomorfa, sbucò da dietro un par di alberi messi a  gruppo lì per caso;

imponente troneggiava sul gruppo ancora disteso, era alto quasi due metri, larghe le spalle quanto pelose, pure le ascelle, ricoperte appunto da questa pelliccia nera e stopposa, ruvida, quasi metallica.

-Et voilà sono il Lupo, abbastanza oscuro, mandato qui dall’Oscura Presenza per permettervi il lusso di partecipare a un gioco, un gioco bellissimo, manco li-cani, un gioco che si svolgerà per la precisione nel campo quantistico dei DADI.

-Dadi? Lo interruppe Bistrattalo- sono io che vi dovevo dire qualcosa a riguardo alle fantasie dei nani riguardo ai dadi!

In effetti eccoli qui, sette duplici dadi pronti a schiarirvi le idee sul calcolo infinitesimale che immantinente, andremo a intraprendere.

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