on air, Racconti

Ci sta questa bambina del cazzo, con un frontone che manco Notre Dame, che è ricca da far schifo e si veste sempre tipo una bambola della minchia ragguardevole ai vostri occhi viziosi e fin troppo placidi, dio buono.

La bambola si chiamava Priscilla.

La bambina invece si chiamava Sara, ma già presumo che non gliene frega un cazzo a nessuno.

A me meno di tutti, tanto per chiarirci.

Sara aveva un padre, un padre che aveva fatto la sua fortuna in Africa, schiavizzando i negri (parole sue) per costringerli a cavar su diamanti, da una  cava, suppongo.

La madre era morta.

Fortuna o sfortuna sarà il futuro a deciderlo.

Io credo che dovremmo tutti morire prima o poi, meglio prima che poi, a conti fatti.

Il padre non aveva tempo per accudire Sara, un padre che ho deciso avere il nome di Lepolodinho.

Non aveva tempo per accudirla e così, una volta a Parigi, città che già mi sta sulle balle pur senza averla mai visitata, decise di porla in uno stracazzo (sono ubriaco molesto stamane) di collegio per giovani ricche, più ricche di me.

E già per questo poco adorabili.

Tutto andava bene al principio, la diabolica direttrice del convento era una leccaculo peggio di te, o di me nelle occasioni giuste, e così Sara, ricca come non mai, era ben-trattata, riservita, adulata.

Quando a un tratto pure il padre muore.

Sara ci aveva un karma infame, probabilmente nella vita passata era stata una mistress priva di scrupoli, pietà, persino emozioni.

Una sorta di Kamala bastarda, piena di fiele, codarda e putrida, indecente.

Il padre muore e morendo, smette di passare il lunario a Sara, condannandola così alla povertà assoluta, e già in questo modo comincia a starmi più simpatica, a diventare più interessante e utile, nei confronti della mia scrittura.

Miss Minci, questo il nome della direttrice del fottuto collegio, da leccaculo che era, leccaculo nei confronti dei potenti, ovviamente, si trasforma in una iena assetata di sangue, e di fegati umani.

Miss Minci la immagino dedita alla stregoneria più assoluta, mentre mummifica feti destinati solo a spaventare il prossimo suo, e per giunta, in una notte di novembre destinata a perdurare.

Miss Minci diventa una iena spaventosa nei confronti di Sara, perché ella non aveva più di che pagare la retta, e a Miss Minci piacevano i soldi, come un po’ a tutti noi quando non ci dimentichiamo di fare finta di no.

Ma questo per fortuna non era  abbastanza, e infatti tutte le sue amiche, della sfortunata (<3) Sara, che prima era l’idolo di chiunque tranne me, comincia a stare sul cazzo, ma così sul cazzo che neanche Cesare a Bruto sull’orlo delle idi di marzo, a chiunque.

Tranne che a una sua amica cicciona che comunque era già patetica prima dell’inizio del racconto divino dell’esistenza stessa al sentore di plastica bruciata.

E niente, Miss Minci pure aveva una sorella cicciona, un po’ più buona di lei, ma impotente come me dopo tre grammi di coca.

Impotente ma arrapato come una scimmia suina davanti a un trogolo ripieno di ferrero rochet.

In poche parole, che già mi sono rotto il cazzo per l’ennesima volta, a Sara succede di tutto, soprattutto a causa di Miss Minci e di una sua coetanea/compagna di nome Lavinia (che donna, direbbe De Sade) che proprio non gliela vogliono lasciar passar liscia a quella Sara, che bello.

Le amo e le amerei tutte quante, ad averne il tempo, e il modo.

Tipo un giorno, non so ma lo immagino, a Sara fecero bere il vomito del cane di Miss Minci.

Un altro giorno tutti mangiarono del pane tranne Sara, giusto perché mi divertiva il suono propedeutico della frase.

Un giorno tutti dissero che tutte erano belle tranne che a Sara, che a conti fatti, in quel momento me la sarei inculata, giusto per contrappasso.

Fino al momento in cui, Sara, nell’apice del precipizio della sua sfiga, torna in camera sua bella sommessa e trova una sorpresa.

Tutti quel giorno avevano mangiato l’arrosto mentre a Sara erano state destinate le briciole dei rimasugli delle unghie di Miss Minci e Lavinia.

Sara torna nella stamberga che le era stata dedicata (da Miss Minci) come camera e trova l’ira di dio che manco masterchef dieci a confronto, avrebbe potuto reggere.

Pollo all’arrosto con contorno di dita di orizzonte appena pasciuto.

Ragù d’insalata di carne succulenta.

Rane fritte e al forno al sentore d’ibiscus e di mio padre che non aveva dimenticato di volermi bene, perché a conti fatti, comunque suo figlio.

E insieme a tutte queste succulenze, una lettera.

Una lettera misteriosa che Le diceva che tutto sarebbe andato per il meglio.

Tagliando corto, che già mi avete rotto il cazzo per la mancanza di droghe e di deroghe atte ad amarvi, il padre di Sara era morto ma prima di morire aveva trovato (lui e i suoi negri, parole sue), aveva trovato uno stracazzo di diamante grande quanto il tuo cuore (quindi abbastanza piccolo, a conti fatti), ma comunque costoso proprio come il tuo cuore e quindi, aveva destinato tutto a Sara, Sara, Sara.

L’aurora vide il messaggero, uno strano indiano col turbante (strano visto che fino ad ora  si era parlato di Africa) essere abbastanza onesto, a differenza di quell’indiano che cercò di toccare il culo a una mia ex, siciliana a Roma, e quindi Sara ritornò ad esser ricca, molto più ricca di noi, e quindi ritornarci antipatica a tutti, lei insieme a quella stracazzo di bambola di nome Lavinia, ah no Miss Minci, anzi no la sorella grassa di Miss Minci, anzi no, Priscilla.

“Lo strano braccialetto, che indossa sempre Mei” – ma questa è un’altra storia che mai racconterò, per mancanza d’interesse.

>on air<

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