flay

i wanna leave without a trace

In quel giorno che non aveva proprio un cazzo di particolare, Giangiorgio (o Giovanni) decise che era l’ora di cominciare ad ingoiare scolopendre scarlatte e un paffuto sentore di muffa gravitazionale.

Invertiti gli angoli osceni che gli erano imposti dalla sua condizione attuale, inaugurò un commercio di vuoto a rate, morte a puntate e concetti suadenti come un tumore al miele di violetta selvatica, violenza privata, menzogne.

Adorava suggere avidamente spirali di fumo compatte, lame caustiche che avevano visto le proprie origini nel fuoco e un’ottantina di cristalli taglienti che spesso usava per ricattare moralmente gli sprovveduti.

A un certo punto la fine, inaspettata, di ogni respiro e giudizio, si presentò a lui luccicante e irredenta, fragrante di pollini esotici, desiderabile.

Nonostante il pozzo senza fine dei luoghi comuni lo avesse inghiottito da un pezzo – decise che sarebbe stato meglio nascondersi dietro una felce e stare a guardare, tipo lo svolgersi degli eventi, o almeno il dispiegarsi poco ameno delle umane trame.

Ne rimase profondamente insoddisfatto.

Illuminato da bisogni che affondavano le proprie ragioni in un’oscura mancanza d’appetito per le cose all’apparenza normali, atavica dimensione del suono che proietta immancabile profumo forte di necessità, morì quasi senza rimpianti, soppiantato a piè pari dalla folla inferocita, lanciata a bomba contro la noia e il buonsenso.

Col senno di poi credo infine che avrebbe potuto andare diversamente, ma non ne sarebbe valsa la pena.

Affatto.


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