on air, Racconti, Riflessioni

Zombies – atto tre, paragrafo quattro, movimento 5 e mezzo

Atti a divorare i cervelli belli vuoti dei viventi, loro, gli zombie, queste poco fantomatiche creature quasi pure risibili e divertenti, fino a che non te li trovi davanti.

Dopo il sebbene poco rimarchevole successo raggiunto dai primi due atti

Zombie 1 e Zombie 2

ecco a voi l’ambitissimo (almeno dai fan, uno, morto di overdose di ketamina l’anno scorso, ma ancora lo ricordo con entusiasmo e una malaugurata voglia di conoscerlo) episodio o capitolo o atto numero 3.

Tre, proprio come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

O come il Buono, il Brutto e il Cattivo.

Dove il cattivo è lo spirito santo, e non dite che non ve ne eravate accorti.

Ma non tergiversiamo e andiamo oltre, che lo spazio e il tempo a me concessi dalla vostra attenzione da australopitechi sono pochi, così come la voglia che ne ho – e quindi sarebbe bene andare subito al dunque, che iddio ce ne abbia in gloria.

Dunque ci stava questa tizia di nome Mary, come la marijuana.

Aveva un occhio nero e un occhio blu, entrambi dovuti alle amorevoli inclinazioni del suo amorevole ragazzo, Ultraviolent.

Mary non ci entrava una cippa per il cazzo di tutto il racconto, ma a noi ci piace ricordarla così, ingiustamente turbata dagli eventi.

Un giorno tipo in Arkansas (che immagino come una versione del Kansas, ma più piratesca) caddero delle meravigliose meteoriti elettrificanti tipo dallo spazio esterno, quello dove dimorano i grandi antichi, in attesa che i quattro miliardi di anni di pausa svaniscano dentro al cesso, e di potere quindi tornare all’azione.

Queste meteoriti oltre a cadere sulla testa di mio cugino di nome Arturo, rendendolo pure più scemo del necessario, ebbero tipo l’effetto di resuscitare tutti i morti in precedenza e di renderli tutti zombie.

Inutile starmi a dilungare sulle conseguenze.

A parte che non sappiamo avvitare una lampadina ma sappiamo che per uccidere uno zombie basta bucargli il cranio, dico, ci stava questo gruppo di individui barricati in casa a causa degli zombie.

Che se li volevano gustosamente divorare.

Tutto era in bianco e nero, nessuno che riusciva ad intravederne le sfumature, dio mio solo sa quanto necessarie, nell’economia della vita stessa.

Ehi, Joe, o Jude, mi ha detto Johanna che Mery, ha detto a Billy qualcosa che adesso non mi ricordo, ma che Esmeralda sa di essere vero.

No.

Preferiamo pensare all’estetica anni ’80 di un concerto di Kate Bush.

Catia Cespuglio, proprio si.

Bad dreams in the night
They told me I was going to lose the fight
Leave behind my wuthering, wuthering
Wuthering Heights

E gli zombie si presero per mano.

E Zac prese Mandie per mano, che a sua volta prese Jason, che prese Susan

e

Heathcliff, it’s me, I’m Cathy
I’ve come home, I’m so cold
Let me in your window
Heathcliff, it’s me, I’m Cathy
I’ve come home, I’m so cold
Let me in your window

ma quindi dopo

iiiiii, wanna know, have you ever seen the rain?

e poi ancora un oceano di dolcezza inscenato proprio dagli zombiez, con una voce paradisiaca che ricorda il risvegliarsi del bosco all’alba, le promesse non mantenute e quindici fiori al sentore di miele

un vaso rotto pieno di realtà latenti che si riversano finalmente sopra al tuo cervello, otto nani da giardino, due verità scomode.

E la speranza che tutto o niente possa cambiare, che Dio sia Femmina, che per una volta le cose andranno per il verso giusto.

Ma Lui solo sa, quanto non lo faranno.

Purtroppo o Per Fortuna?

Standard
miscellanea, Racconti, Riflessioni

un paio di storie

 (giusto perché mi annoiate)

KingKong

KingKong era un tipo sveglio, uno scimmione coatto atto a spendere e spandere e menare palate

pesanti sopra alla testa dei malcapitati

un bel giorno

tipo nelle isole tropicali di cui adesso non ti viene in mente il nome

KingKong fu catturato dal marito di una bionda con culo a parte, nel senso, quasi assoluto dalla persona.

Esso o egli, dipende dallo stupido momento, ivi giurò vendetta verso l’umanità intera e fece bene, perché così mi stava simpatico.

Obbrobrioso, al tramonto.

Catturato e quindi portato a New York, decise che era arrivato il tempo di mettere in moto la sua vendetta.

Prese in ostaggio la famosa bionda, quasi solo con una mano, la leccò tutta, bene-bene, fino a quasi il midollo, poi leccò un francobollo e per sbaglio lo ingurgitò.

Aveva appena assunto cinquecento lire, e ciò lo mandò su tutte le furie.

Strizzò un po’ di più la bionda, sempre con l’abnorme mano destra-

Ella strizzò gli occhi e la vagina allo spasimo.

Quasi le venne un collasso.

Il marito nel frattempo si era già fatto un’amante prosperosa e procace, come poche pornostar al mondo.

Tutti morirono, e ciò mi diede gran sollazzo, solo una storia proprio perché mi state sul cazzo.

Carina come “chiusa” eh 😉 ???

Standard
Racconti

La piccola stracivendola infelice (surprise/reprise)

Come già tutti sappiamo da secoli prima della nostra tragica ma necessaria caduta da Sirio

C’era una volta, una piccola stracivendola infelice, proveniente dai sobborghi di una Londra fumosa e funesta, stracarica di gin a buon mercato e puttane in attesa di essere sventrate da Jack lo squartatore e i suoi quattro emuli con mandato regale.

Era l’epoca delle paste scotte e dei pudding al sentore di cavoli stufati con lo yogurt rancido che tanto piace noi bambini, figli della tomba.

Alla piccola stracivendola un bel giorno di primavera era morta la madre, tanto per cambiare.

Non è mica colpa mia, forse.

Per sua sfortuna però le era rimasto il padre.

Il padre si ubriacava più di me quando in mancanza di altre esperienze interessanti e picchiava più di Jake la furia quando ubriaco.

Un bel giorno d’agosto, c’erano circa -17 gradi, il padre mandò la stracivendola a comprargli del gin di sottomarca dal ye olde emmedì, senza soldi, così tanto per il gusto di rivederla tornare a mani vuote e quindi prenderla a cinghiate belle mature, quasi sensuali, nella sua mente malata di disoccupato impenitente e quasi anzi fiero di esserlo.

La piccola straci però, che stranamente voleva evitare le cinghiate, aguzzò l’ingegno come spesso accade alla gente in preda alle tribolazioni, e si risolse, quel giorno come tanti altri, ad andare in stazione per cercare di elemosinare qualche povero e misero spicciolo.

Giunta sul posto, dopo quindici minuti di inutili piagnistei atti a cercar di intenerire la gente e quindi farsi donare qualche scellino, le si avvicinò uno sporchissimo ragazzino di nome Tommy, Tommy lo spalaletame.

Inutile descrivervi il fetore di Tommy, pari solo alla sua faccia sporca di letame così come tutto il resto del corpo, letame letame letame.

Tommy non avea scellini ma in compenso donò alla piccola straci una rosa, bianca quanto sporca di letame (x3).

Alla vista di quel preciso prodigio, alla stracivendola s’illuminarono gli occhi e le si allargarono le pupille, quasi quanto a me dopo 450 milligrammi di una qualsiasi droga psichedelica, le mie preferite, dopo i dissociativi che mi aiutano a dimenticare quanto siete stronzi, e quindi a volervi quasi bene, ma solo da lontano.

Donata la rosa, Tommy sparì, ritornando a fondersi con la nebbia da cui era poco prima comparso.

Proprio mentre un raggio di sole stava per cominciare a illuminare la scena e con essa la piccola straci, giunse il padre, blu dalla crisi d’astinenza da gin e mazzate elargite alla figlia.

-Che ci fai lì seduta sotto a quella colonna, puttanella? Non dovevi dunque andare al discount a comprarmi

Ma non fece in tempo a finire la frase, che un calesse imbizzarrito gli piombò addosso dalla strada, non uccidendolo ma rendendolo ancora più infame e codardo, e vigliaccamente incazzato contro i più deboli.

(come colonna sonora per il racconto quasi-fotoromanzo, ci vedrei bene un Burzum d’annata).

Standard
on air, Racconti

Ci sta questa bambina del cazzo, con un frontone che manco Notre Dame, che è ricca da far schifo e si veste sempre tipo una bambola della minchia ragguardevole ai vostri occhi viziosi e fin troppo placidi, dio buono.

La bambola si chiamava Priscilla.

La bambina invece si chiamava Sara, ma già presumo che non gliene frega un cazzo a nessuno.

A me meno di tutti, tanto per chiarirci.

Sara aveva un padre, un padre che aveva fatto la sua fortuna in Africa, schiavizzando i negri (parole sue) per costringerli a cavar su diamanti, da una  cava, suppongo.

La madre era morta.

Fortuna o sfortuna sarà il futuro a deciderlo.

Io credo che dovremmo tutti morire prima o poi, meglio prima che poi, a conti fatti.

Il padre non aveva tempo per accudire Sara, un padre che ho deciso avere il nome di Lepolodinho.

Non aveva tempo per accudirla e così, una volta a Parigi, città che già mi sta sulle balle pur senza averla mai visitata, decise di porla in uno stracazzo (sono ubriaco molesto stamane) di collegio per giovani ricche, più ricche di me.

E già per questo poco adorabili.

Tutto andava bene al principio, la diabolica direttrice del convento era una leccaculo peggio di te, o di me nelle occasioni giuste, e così Sara, ricca come non mai, era ben-trattata, riservita, adulata.

Quando a un tratto pure il padre muore.

Sara ci aveva un karma infame, probabilmente nella vita passata era stata una mistress priva di scrupoli, pietà, persino emozioni.

Una sorta di Kamala bastarda, piena di fiele, codarda e putrida, indecente.

Il padre muore e morendo, smette di passare il lunario a Sara, condannandola così alla povertà assoluta, e già in questo modo comincia a starmi più simpatica, a diventare più interessante e utile, nei confronti della mia scrittura.

Miss Minci, questo il nome della direttrice del fottuto collegio, da leccaculo che era, leccaculo nei confronti dei potenti, ovviamente, si trasforma in una iena assetata di sangue, e di fegati umani.

Miss Minci la immagino dedita alla stregoneria più assoluta, mentre mummifica feti destinati solo a spaventare il prossimo suo, e per giunta, in una notte di novembre destinata a perdurare.

Miss Minci diventa una iena spaventosa nei confronti di Sara, perché ella non aveva più di che pagare la retta, e a Miss Minci piacevano i soldi, come un po’ a tutti noi quando non ci dimentichiamo di fare finta di no.

Ma questo per fortuna non era  abbastanza, e infatti tutte le sue amiche, della sfortunata (<3) Sara, che prima era l’idolo di chiunque tranne me, comincia a stare sul cazzo, ma così sul cazzo che neanche Cesare a Bruto sull’orlo delle idi di marzo, a chiunque.

Tranne che a una sua amica cicciona che comunque era già patetica prima dell’inizio del racconto divino dell’esistenza stessa al sentore di plastica bruciata.

E niente, Miss Minci pure aveva una sorella cicciona, un po’ più buona di lei, ma impotente come me dopo tre grammi di coca.

Impotente ma arrapato come una scimmia suina davanti a un trogolo ripieno di ferrero rochet.

In poche parole, che già mi sono rotto il cazzo per l’ennesima volta, a Sara succede di tutto, soprattutto a causa di Miss Minci e di una sua coetanea/compagna di nome Lavinia (che donna, direbbe De Sade) che proprio non gliela vogliono lasciar passar liscia a quella Sara, che bello.

Le amo e le amerei tutte quante, ad averne il tempo, e il modo.

Tipo un giorno, non so ma lo immagino, a Sara fecero bere il vomito del cane di Miss Minci.

Un altro giorno tutti mangiarono del pane tranne Sara, giusto perché mi divertiva il suono propedeutico della frase.

Un giorno tutti dissero che tutte erano belle tranne che a Sara, che a conti fatti, in quel momento me la sarei inculata, giusto per contrappasso.

Fino al momento in cui, Sara, nell’apice del precipizio della sua sfiga, torna in camera sua bella sommessa e trova una sorpresa.

Tutti quel giorno avevano mangiato l’arrosto mentre a Sara erano state destinate le briciole dei rimasugli delle unghie di Miss Minci e Lavinia.

Sara torna nella stamberga che le era stata dedicata (da Miss Minci) come camera e trova l’ira di dio che manco masterchef dieci a confronto, avrebbe potuto reggere.

Pollo all’arrosto con contorno di dita di orizzonte appena pasciuto.

Ragù d’insalata di carne succulenta.

Rane fritte e al forno al sentore d’ibiscus e di mio padre che non aveva dimenticato di volermi bene, perché a conti fatti, comunque suo figlio.

E insieme a tutte queste succulenze, una lettera.

Una lettera misteriosa che Le diceva che tutto sarebbe andato per il meglio.

Tagliando corto, che già mi avete rotto il cazzo per la mancanza di droghe e di deroghe atte ad amarvi, il padre di Sara era morto ma prima di morire aveva trovato (lui e i suoi negri, parole sue), aveva trovato uno stracazzo di diamante grande quanto il tuo cuore (quindi abbastanza piccolo, a conti fatti), ma comunque costoso proprio come il tuo cuore e quindi, aveva destinato tutto a Sara, Sara, Sara.

L’aurora vide il messaggero, uno strano indiano col turbante (strano visto che fino ad ora  si era parlato di Africa) essere abbastanza onesto, a differenza di quell’indiano che cercò di toccare il culo a una mia ex, siciliana a Roma, e quindi Sara ritornò ad esser ricca, molto più ricca di noi, e quindi ritornarci antipatica a tutti, lei insieme a quella stracazzo di bambola di nome Lavinia, ah no Miss Minci, anzi no la sorella grassa di Miss Minci, anzi no, Priscilla.

“Lo strano braccialetto, che indossa sempre Mei” – ma questa è un’altra storia che mai racconterò, per mancanza d’interesse.

>on air<

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 6 – LA SELVA OSCURA, IL LUPO E I DADI, paragrafo 3

 Tutt’a un tratto si cominciò a sentire un prorompente odore di patatine tutt’intorno all’area, ma non di patatine normali, anzi invece proprio sai quelle patatine delinquenziali tipo nachos/narcos/frittos o qualcosa del genere con tutta una sequela di oliosità ambulanti a rimarcare il confine del vuoto.

Ed era lui infatti, Giancoraggio, giunto dalle desolate lande del meriggio quivi tra noi a testimonianza pari della sua stessa essenza pronto a regurgitare altri improbabili vaticini atti at funestare qualsivoglia sintomo di sanità mentale.

-Mi presento a voi, sussignori, in prece et anzi assolutissima vece capace di stare qui a dimostrarvi quanto questo e quello, mi riferisco al risultato dei dadi, siano assolutamente invalidi dinanzi al tribunale ivi intervenuto per scrollarsi di dosso l’orrido risultato ottenuto.

Da entrambe le parti.

Dichiaro quindi così chiusa la partita, pace  e AMEN

-AMEN

-Che ne direste invece- fece sempre Giancoraggio, se tutti noi in tale punto tale momento ci mettessimo innanzitutto a far preghiera qui ad Allaide?

-ALLAIDE!

disse la selva in coro, con tanto di nani e Lupo  e Princeps e Rabarbara e gli scoiattoli arancioni e i procioni viola, aracnidi e due elefanti si dondolavano, avete capito bene ma comunque si, perché no

tutti in coro ed in ginocchio a pregare giù ad Allaide, disposti in circoli virtuosi che vedevano gli animali fare da guardia alle piante e le piante, succulente, redarguirsi in toto atte solo a fare preghiera ad Allaide, divinità proto-somatica dal sorriso sgargiante e al sapore di mentolo.

-ALLAIDE! ALLAIDE!

-Si dimmi?

-Non far lo strunzolo, Truzzolo, lo sai che non sei Allaide, zitto e prega 

-Ok

e i cerbiatti candidi rosa damascati al contrario tutti vennero e intervennero per portare grazie ad Allaide –

la foresta, zittita in un canto soave osannante le glorie di dio Allaide e via dicendo.

Alla fine della cerimonia tutti si sentirono molto purificati, sollevati e recalcitranti.

Allaide era un dio un po’ così, tipo confuso.

Tutti concordavano sul fatto che però il nocciolo della questione era stato già ampiamente eviscerato da tempo, e questo non rallegrava nessuno a conti fatti, proprio no-no.

Il Lupo decise che era arrivata l’ora di appendere le palle e la pelle al chiodo e, convertitosi ad Allaide, prese in sposa due scoiattole musulmane gemelle siamesi con la punta della coda al sentore di zenzero.

Si separò dal gruppo e a mai più rivederci.

L’Oscura Presenza avea fallito stavolta, ancora una volta, con precisione mnemonica.

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 6 – LA SELVA OSCURA, IL LUPO E I DADI, paragrafo 2

 I dadi, quest’accozzaglia qualunquistica di scissione cosmica fatta a numeri messi lì per caso (?), quasi a farti dispiacere.

Sia Bistrattalo che il Lupo ne andavano pazzi, a quanto pare, per questa alea aleatoria che poco aveva a che spartire con l’ordine innanzi che supposto delle cose.

Affascinati dalla logica random, essi volgevano la vita e lo sguardo nel perenne tentativo di guardare oltre l’orizzonte appena rappreso delle cose.

I due si disposero a fronteggiarsi mentre il resto dei nani e il Principe e Rabarbara si misero a cerchio quasi a voler circumnavigare la questione.

Il Principe non visto si grattò in mezzo al sedere, che sentiva un’impellenza urticante che guardinga lo storniva dal lato basso del suo apparato evacuatore.


Dotto tirò fuori da non so dove una sorta di scacchiera/tagliere/pedana o comunque un quadrangolo di legno sopra al quale la battaglia avrebbe di lì a poco avuto inizio.

La pose su una roccia abbastanza piatta apparsa lì a d’uopo, proprio in mezzo ai due contendenti.

Il deus ex machina facea faville all’epoca dei fatti, in effetti.

Bistrattalo masticava chewing gum all’uranio impoverito mentre il  Lupo  sbuffava e snortiva, calmo e al tempo stesso agitato, impaziente, di dimostrare a qualcuno (forse sua mamma lupa), qualcosa di bello e diseducativo al contempo.

-Comincia tu, nano d’arrabatto 

SLING – Bistrattalo lanciò i sette dadi con maestria da far accapponare le palle, ad avercele, e i dadi, violacei come al solito cominciaron a rotolare quasi immobili e al tempo stesso fermi ma gravidi di movenze in fieri, pronti a cristallizzare l’attimo e con esso, il risultato.

Quattro teschi, due scudi e una croce.

Questo aveva esatto il lancio di dadi lanciato dal nano, quasi come per miracolo non richiesto ma ritorto al tempo stesso dal conducente antitetico alla questione.

Il Lupo quasi trasalì alla vista dell’otterrimo risultato, incapace di negarsi  in ritirata, forzò sé stesso a rimanere quasi impassibile seppur evidentemente turbato.

-Adesso quindi, dovrebbe pur toccare a te, vediamo di cosa sei capace – lo incalzò Bistrattalo, ormai sicuro del risultato ottimistico della pugna

Sei sei e un sette.

“WOOOrst” si udì udire dal sottobosco, come una folata di vento coadiuvata dagli spettatori di cotale scempio dadesco.

Il Lupo cominciò piano piano a ridacchiare e mentre rideva iniziò a sussultare e poi a girare su sé stesso, saltellando,  come in preda a una ludica danza di vittoria ancestrale fortemente desiderata.

-Ho vinto… ho – VINTO! Lo vedete che ho vinto e voi lo sapete cosa significa vero, in cuor vostro lo sapevate fin dal principio, io ho vinto e voi avete PERSO, ciò significa che voi dovrete tornare indietro e ricominciare tutto daccapo, o altrimenti, darvi al tramonto che tanto ormai è tardi e nessuno se n’è accorto.-

Le regole non scritte del gioco erano lì a girovagar nell’aria già da un pezzo a quanto pare.

I sette avrebbero dovuto tornarsene a casa insoddisfatti e i funghi destinati invece a marcire senza esser divorati da nisciuno.

Quando invece, tutt’a un tratto…

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 6 – LA SELVA OSCURA, IL LUPO E I DADI

 Tosto che lasciarono il deserto di vanadio, i sette misero piede in quella che aveva tutta l’aria di essere una selva oscura, per fortuna, umida, beatificante, soppressa.

Attraversavano in un silenzio che durò quasi cinque minuti, un campo solcato dai pochi raggi di un sole viola, che riusciva a farsi strada attraverso l’intricato intrico delle foglie, come rosoni, alberi come cattedrali a testimonianza della sacralità del posto.

A Truzzolo, nano ribelle, venne in mente di fare una pausa, un’altra, che davvero ci aveva chiappe e piedi stanchi, il giovin-vecchiardo.

Aveva circa 157 anni.

Da giovane era solito andare in discoteca con le amiche degli amici, entrare di soppiatto elargendo mance da due euro ai buttafuori e tracannare birra da non meno di quindici gradi a sorsiglia.

Una volta, il Truzzolo, salì sulle casse per ballare ancora meglio dinanzi a tutto il regno complicato delle masse lì danzanti e gli caddero i pantaloni, così, d’avanti a tutti, che non avea bene stretta la cintura e i pantaloni erano un po’ larghi hip-hop alla maniera delle bestie.

Ci fu un momento di sgomento, poi una femmina azzardò una risatina ma Truzzolo impervio continuò a ballare e dopo un rutto s’insinuò tra la folla per andare ad azzannar le labbra della bella ragazzina che aveva osato ridere, lei coi suoi capelli viola.

Si beccò dopo un cazzotto dal ragazzo di cotale fimmena, ma a lui piacque lo stesso, ne era valsa la pena, almeno credo, almeno disse, 35 anni dopo, a un suo nipote, tale Gargiulo da Rodi.

Quello stesso giorno Truzzolo ingurgitò per via nasale almeno altri quattro grammi di ketamina purissima proveniente dalle fabbriche delle indiche indiane, poste ad est della tua posizione attuale.

 O ad ovest se tu un giorno ti venisse in mente di abitartene in Cina, o Giappone. O ancora nelle Americhe.

Ed era ancora vivo, lì, pronto a testimoniarlo a chiunque e anzi ansioso di raccontare tali amenità al suo prossimo.

Truzzolo aveva la barba rossiccia raggomitolata in tre trecce che gli si dipanavano dal mento, racchiuse da un fiocchetto rosso di velluto stagno.

Invece dell’elmo avea una pentola di argento a coprirgli il capo.

La sua arma prediletta era la paletta da cucina di sua nonna, Pia, nana barbuta fino alle natiche.

Lo strumento era di ottone, pesante circa quindici chilogrammi, ed era servito alla donna per menare culi di nipoti e rovistar patate al forno, alternativamente, quasi  con concussione.

Morta la nonna, Truzzolo aveva ereditato la paletta insieme a una lettera, che recitava pressappoco così

“Caro Truzzolo, che la paletta non ti sia d’intralcio a rovistar nei rovi in cerca di cicogne, e patate”

-Capite quindi?  Il senso logico del nesso? 

-Si Truzzolo, esordì Cucciolo- innocente

-Adesso ci possiamo stendere un poco su quest’erbetta si morbida e soave, vellutata dai muschi verdeviolacei che ci faranno da cuscino.

-Stendetevi disse Dotto, uno di fianco all’altro, formando quasi una scala che da questo punto punti quasi a Meriggio, ok, così:

Rabarbara per prima si distese, accompagnata dal Principe alle sue spalle, per poi a seguire in un abbraccio con Cucciolo, Dotto, Brontolo, che abbracciava Bistrattalo e per finire Truzzolo, separato dal resto del gruppo, fronteggiante Bistrattalo.

Quasi che era l’or di dormire quando a un tratto si udì un ululare sommesso, quasi vicino, di un lupo incallito nel fare della notte.

Anche se in effetti, erano tipo le sette del mattino.

-Che é successo dunque? 

-M’è parso di sentir un ululato provenire da proprio dietro le mie natiche, disse Truzzolo, incombente

-Rabarbara, tutto a posto? – fece il Principe

-Non saprei, mi è parso di sentirmi sdrusciare da un qualcosa di peloso e nero, quasi e che sulle chiappe, per dir si voglia, ma forse…

Una figura nera e pelosa, antropomorfa, sbucò da dietro un par di alberi messi a  gruppo lì per caso;

imponente troneggiava sul gruppo ancora disteso, era alto quasi due metri, larghe le spalle quanto pelose, pure le ascelle, ricoperte appunto da questa pelliccia nera e stopposa, ruvida, quasi metallica.

-Et voilà sono il Lupo, abbastanza oscuro, mandato qui dall’Oscura Presenza per permettervi il lusso di partecipare a un gioco, un gioco bellissimo, manco li-cani, un gioco che si svolgerà per la precisione nel campo quantistico dei DADI.

-Dadi? Lo interruppe Bistrattalo- sono io che vi dovevo dire qualcosa a riguardo alle fantasie dei nani riguardo ai dadi!

In effetti eccoli qui, sette duplici dadi pronti a schiarirvi le idee sul calcolo infinitesimale che immantinente, andremo a intraprendere.

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 5 – IL DESERTO DI VANADIO

Fu così che il Principe, insieme al sestetto, decise che era arrivato il momento di sortire, ancora una volta, slanciati verso il fungo osceno  e incapsulato dentro a un sogno che mai, nessuno mai avrebbe comunque osato oltremodo di stare ancora a sperare.

Presero la briga di partire all’alba, dopo essersi rifocillati a dovere con una scorta di merendine minori non automatiche trovate lì per la strada, tipo un mongo-gioiello blu al sapore di cobalto, o una banana split-tata ingerente novantanove fantasie all’ape maranja.

Soddisfatti da cotanto scempio dionisiaco e silvano, imprudenti posero il piede sopra a una striscia del deserto di Vanadio.

Il quarzo rosa o forse rosso, blu nel colore della notte ma anche verde, se distratte le pupille stanno ancora lì a guardare

comunque: Vanadio

e si fece la notte, mentre i sette copulavano soavi col terreno sulle scarpe, camminando sempre ad EST, sopra e a destra sempre ad EST, quarzi di brividi rosa brillavano assuefanti sopra l’iride nascosta della principessa Rabarbara, che, puntuta, divenne innanzi al gruppo e disse:

-Ora è il momento che ci facciamo un bel Pic-Nic!

-Ma come, fece Brontolo, proprio qui in mezzo allu desierto, di notte, e per di più c’a panza china di dopo d’aver affruntato le merende qui urticanti?

-Esatto, improvvisò la lady, Rabarbara di nome, e di fatto.

Dallo zaino che nascosto avea sotto l’ampia gonna tirò fuori un incastro d’incantesimo ambaradambesco , con tutta una serie di tovaglie, panini, sandwich e fazzoletti. BianKi, proprio candidi come la Neve.

Si distesero quindi i nani, affamati di panini, e il Principe seguì loro, con per ultima Rabarbara che aveva deciso di fare gli onori di casa

nel deserto di vanadio

luna mezza scolla un sorriso stasera

diciamo verde acido

con il cielo blu cobalto

e tutti lì a guardare le stelle, diciassette sorelle, incastonate in chiavi di lettura più che impossibili da decifrare

e andiamo quando a un tratto, tutt’a un punto sopra un nero masso vero appare un gatto nero e vero che, posta la sua coda a spirale intonso proprio a dritto tipo punto interrogativo chiede e fa, a Rabarbara, 

-Ma Perché?

I nani giurarono di avere sentito quel gatto parlare, all’una di notte, tralasciando la luna e la botte di vino sponsorizzata dallo zio Vitino, di nano suo cugino

-Solamente, perché?

E Rarbarbara, e il vanadio, e Battisti, e gli Stadio

tutto assunse un’atmosfera quantica, quasi più sibillina che quantica, una musica stanca

per poi ritrovarsi a pelo a pelo sopra il gatto nero e accarezzarlo davvero

sussurargli all’orecchio “mi piaci”  e lasciamoci andare in questa danza notturna, davanti al principe e ai nani, con una mano all’orecchio e l’altra alla radio, che semplifica il suono di una canzone degli Stadio nel deserto di Vanadio.

(MAH… fece la selva oscura, che si parava poco più innanzi a circa trenta gradi centigradi ad est dal punto in cui si trovavano)

Standard
Racconti

RABARBARA – CAPITOLO 4 – LA STEPPA DELLE MERENDINE URTICANTI

Fatto si che loro erano giunti nella campagna, questa steppa maestosa e violacea gli si presentò innanzi agli occhi un po’ stanchi degli assoluti viandanti ormai sette suppongo e via via discorrendo, quasi come tenendosi per mano, il gruppo quindi, devolvendosi a raggera, cominciò ad esplorare placido queste terre erbose ma non troppo, di edera e licheni sussurranti nelle trame di un’io scomposto altrimenti che altrove.

Un sole verdognolo illuminava il tutto, un sole che un tempo era stato beffardo ma ora era ormai cauto, riguardoso, sottile.

Fu Rabarbara a percepirne per prima l’essenza, la sofficità e la scioglievolezza, della prima merendina.

Come un batuffolo di neve o di zucchero filato, essa rotolava come un cespuglio rotolante dell’Arizona, ma questa volta molto più ad est, sulle lande placide della vallata

scoscesa giusto a tratti – da qualche roccia d’onice puntuta e raffinata, tagliente, dipinta di nero.

Ed ecco il primo “WOW” “MA CHE È”, -guarda lì!

Eccone un’altra – ed era proprio la merenda più brioche ed arzigogolo-paffuta che ti potessi immaginare, 

ricoperta di uno strano strato di zuccheri a scaglie meringate ed ostrogote, succulente agli occhi e alla radice stessa delle papille gustative che avevano la loro origine nel Male.

Non passarono neanche quindici secondi che l’intera combriccola dei sette si ritrovò circondata da un uragano  di merende provenienti da ogni dove, come, credo e paese.

C’era la merendina all’Albicocca proveniente dal Giappone, o la fantomatica slurposa al salice piangente che deriva dalle Fiandre di tua zia Ecubalda.

Il moretto intero, tonto e intonso in cioccolato nero e perché no, suadente.

Poi la rotonda scuffia incicciata delle meraviglie gravitazionali, ricoperta da una melassa rosa al sentore di ibiscus.

e infine Lei, sua Maestà la Regina delle Merendine, la Girella Motta, gigantesca, opinionabile, soave.

Soffice come un virgulto ma granitica come un tumulo, s’impiantò d’un tratto d’avanti al pubblico dei sette e lì si fermò, vibrante – sospesa a mezz’aria.

a Bistrattalo scappò un “porca puttana” e quasi ci si stava avvicendando per prevaricarsi un morso pieno di quella abnorme merendina, quando a un tratto si udì un sibilo e la merenda, parlò

-Sono sette eoni e/o otto scene, che, noi, merendine urticanti della steppa violacea testimoniamo l’esistenza dell’Essere.

-È un pensiero si che profondo – disse Rabarbara, ma mi pare di non aver capito,- non del tutto, almeno 

-Non ti preoccupare,- sentenziò la succulenta animosità, – ma piuttosto, hai mai veramente guardato ancora dentro a te stessa?-

WING si udì il vento sottile farsi tagliente nella vallata, come a sottolineare l’atroce punto di domanda posta dalla merenda alla ragazza

ed ella ancora una volta chiuse gli occhi, ma stavolta ascese, in trance pseudo-apocalittica, anch’ella sospesa a mezzaria come la Girella che l’avea interrogata.

Ed erano lì, sospese entrambe nell’aria mentre una musica dolce e profana, madida ma confusa, quasi sussurrava a provenire dalla terra, ombrosa, portatrice di scarogne, maledetta.

Si guardarono d’un tratto e all’improvviso si vide una luce, bianca, luminosa fra le due –

come una scintilla distillata al centro dei loro stessi sguardi, pura, benedetta, immacolata.

Che svanirono in un botto tutt’e due e si ritrovarono al tappeto, sopra al suolo della steppa erbosa, guardandosi ancora e chiedendosi a vicenda: -che è successo?- , -Chi siamo? Io sono RabarbaraBianKaNeve e tu la Merenda Girella Motta o è viceversa?

-Io siamo?

-Noi È?

e da lì subito sparuto sparì l’incanto

diciassette stelle a firmare il ciak della scena.

Truzzolo prende l’iniziativa e rilancia: “Ehi gomma ossidrica (riferito alla merendina)”, ma quindi cos’è che ti stava per passare manco un poco nella mente, poco orsono?

-Non lo so, disse la Girella (che nel frattempo aveva ricominciato a levitare), – ma so per certo che adesso è arrivato il tempo che andiate, via, via da queste lande, urticanti come la plebe, urticanti sopra il pube, perchè noi, MERENDE, abbiamo deliberato, la più completa assoluzione per la qui presente Rabarbara immanente ma non per il suo ragazzo, elzeviro Principe di sua Maestà Principe di Carbonia.

-AH! Lo sapevo! Fece il princeps, questa volta che toccava proprio a me, la vicenda

e in effetti…

Uno strano bulbo oculare era nato lì per caso, urticante, nel buco del culo del principe.

Standard
Racconti

BianKaNevE//RABARBARA – CAPITOLO 3 – LE PALUDI DEL LOTO NERO, paragrafo 2

Ed era proprio l’oscura presenza in effetti, giacente lì, in essenza, paffuta e sincronica, opulenta e maestosa

ad esibirsi in guisa di un fiore dai petali neri e violacei, oscuri come la pece.

Dolce catrame nettare di un viandante disperso nel tempo che manca.

Ineffabile era il suo profumo, dolce come il ricordo di dimenticanza.

Cioccolatoso a tratti, oppiaceo per altri, esso emanava aure e pollini carichi di ludibrio per le narici più raffinate.

La candida BianKa, bianca come la neve, si ritrovò d’un tratto a zompettare soave verso il fiore pomposo, come in preda ad una isterica necessità

ad occhi semi chiusi e con le dita che pizzicavano l’aria che la separava dagli agognati petali, ella si ritrovò d’un tratto faccia a faccia con il bulbo stesso della morte, rosso viola fiore di  sventura e malaugurata anima di malvagità.

-Ecco, solo ora io vedo! e svenne, 

caduta sul pattern morbido ma subito raccolta dalle braccia dell’amante, suo principe.

I nani si disposero in cerchio attorno a BianKaNeve e decisero, con gran subbuglio demistificato, di chiarmarla, da quel giorno, Rabarbara.

-Un nuovo nome è stato concesso di grazia – quest’oggi- alla nostra Signora, Rabarbara, che tu possa gioire immarciscente da qualunque altro momento al di fuori di questo e adesso e per sempre io T’Amo.

Rabarbara, Nostra Signora delle Foglie

-O eran voglie? chiese Cucciolo

-O Noie, o soglie- redarguì il principe, ma non importa.

-Che Rabarbara adesso sia affidata  alla strane cure di Dotto, il più acuto tra i nani, primo fra i cinque, secondo dai sette.

E così Dotto prese e uscì dalla saccoccia uno strano borsello ripieno di ogni sorta di materiale bio-meccanico e luminescente, bluetto, strani marchingegni avveniristici e chirurgici al contempo.

Da lì prese il micro-forcipe, che installato nelle nari della povera ragazza, si ritrovò a far fuoriuscire dal seno nasale uno strano liquido bluastro e mucoso, lucido e viscoso.

SPLOT fece il liquido cadendo fuori giù dal naso dell’avventata avventuriera nasale di poc’anzi. 

-Ch’é m’è successo?- Disse a un tratto Rabarbara, sbiancata tutt’a un tratto e ripresasi quasi per sbaglio

-Sei stata avvicinata dall’oscura presenza del Signore del Male, oh mia cara, è stato solo quasi e come per miracolo che tu sia sopravvissuta, salvata dalla mia scienza ottagonale e centenaria, Dotto si di professione, acuto e rigido come un

-STOP! disse il Principe, – non credo di voler ascoltare altrimenti, adesso è l’ora e il luogo di andare, che la strada e la vicenda è ancora lunga da compiersi, non dite? Non trovate?

Che ne pensate?

-Ma si, disse Cucciolo, because why not, in fondo è facile, e già oltre quella siepe, io vedo una valle, e nella valle c’è una steppa, che non tarderà a trasformarsi in brughiera, se non ci affrettiamo, quindi su, nani e principi, e tu Rabarbara, fa scanso ai nani e andiamo, orsù, laggiù in campagna.

Standard