vi odio tutti ma ho bisogno di qualcuno.

sentirmi solo mi mette l’ansia, la tachicardia dell’esistenza.

amerei starvi a parlare per ore

del vuoto cosmico, quasi pneumatico, che ci pervade lo sguardo

inghiottendoci dal di dentro

divorando ogni sorriso elargito per sbaglio

ogni noiosa lacrima versata sul tessuto lacerato delle relazioni.

sono il poeta di quello che non ho.

il cantore di ciò di cui non ho bisogno.

acrobata fin troppo prudente, annoio un pubblico che meriterebbe solo pagliacci, leoni tristi e calci nei denti.

popcorn e patatine sono gratis ma carichi di un veleno letale, che spero un giorno ci uccida tutti, piangendo.

 non amo tutto l’universo ma solo attimi di esso

riesco a percepire poche corde distillare

concentrati ed elisir di sorrisi – quasi ghigni – di soddisfazione feroce

animale di psicologia frattale

matematiche oscure che non significano un bel cazzo di niente

di fronte alla mia voce 

l’unica Legge impone il ritmo necessario alla creazione e l’anima pulsante ancora spinge per uscire

– pneuma violento, irregolare, insegue lesto le ragioni dell’orgasmo e con esso il seme primo della fine.

sogno un giorno di affrancarmi dalle prigioni di un karma impenetrabile – mai stato comunque così palese.

Ostilità e devianze sono i balocchi di uno spirito inerme che non sa dimenticare.

Ambisco alla folgore, la ragione stessa dell’amore

devasto senza remore ogni traccia del caro senso comune e mi faccio beffe della logica che mi ha portato a dimenticare il mio nome.

adesso Sono, adesso Esisto

nonostante il vento d’acido e il mare di bile

i loro sguardi – pugnalate poco profonde

e io non perdo l’equilibrio, sulla voragine del fato danzo e medito cantando

melodie sotterranee che dividono il cielo seguendo le scie di costellazioni inique

dimenticate da eoni 

ma imprescindibili lungo la rotta della comprensione distorta.

Obliquo, laterale e sfuggente

fantasma anemico nel labirinto dell’Ego

riesco a dedurre

da forme putrefatte nature morte e corpi in decomposizione

profumi suadenti e lame che tagliano le ombre.

mannaggia.

 ” Io non ho visto né udito alcun dio,  nel senso d’una percezione finita dei miei organi; ma i miei sensi in ogni cosa scoprivano l’infinito, e allora, quando ebbi certezza, e l’ho tuttora, che la voce della giusta indignazione è la voce stessa di dio, non mi curai delle conseguenze e scrissi.”

notti di silenzi appaganti come puttane dai fianchi larghi

vellutati e morbidi come i prati che merito per diritto di nascita – fortuita 

puramente casuale

affascinato dalla logica illusoriamente randomica della vita oltre la morte

compongo

assuefatto alla disperazione

coadiuvato da un gruppo sparuto di demoni lanciati a bomba contro la noia

io contratto, con entità da me create

futuro incerto di note poco soavi ma meravigliose

con la loro ingordigia cronica

con la necessità brutale di stare ancora ad ascoltare

flussi ematici di desideri in cancrena.

pompa infatti nel cuore solo una luce fredda che non abbaglia, ma inganna

solo stupide falene che già bramano la morte

con le ali cariche di veleno e polveri soporifere

grazie a una sottile forma d’odio ancora insisto

rubo l’aria a voi non-morti e mi dimentico di stare a pensare.